Split payment 2029: i due errori che costano alle PMI
Lo split payment, il meccanismo di scissione dei pagamenti IVA applicato alle fatture emesse verso la Pubblica Amministrazione, è stato prorogato fino al 2029.
Per le PMI che lavorano abitualmente con clienti pubblici, questa non è una notizia che si può archiviare distrattamente: riguarda direttamente la gestione della liquidità aziendale ed è un’area in cui osserviamo, con costanza, gli stessi due errori.
Come funziona lo split payment
Partiamo da una spiegazione semplice, perché è la base per capire dove si annidano gli errori.
Quando un’impresa fattura alla Pubblica Amministrazione, il meccanismo di funzionamento è il seguente: il fornitore emette la fattura comprensiva di IVA, come in una normale operazione commerciale.
Il cliente pubblico, però, paga solo la parte imponibile della fattura.
L’importo corrispondente all’IVA non passa mai attraverso le mani del fornitore: viene versato dalla PA direttamente allo Stato.
Il meccanismo nasce come strumento di contrasto all’evasione IVA e in questo senso ha una logica di sistema comprensibile.
Ma per le imprese che lavorano molto con la PA può comportare una conseguenza pratica rilevante: nel tempo può determinarsi un accumulo di credito IVA, con un impatto concreto sulla liquidità disponibile.
Primo errore: emettere la fattura senza applicare il meccanismo corretto
Il primo errore che osserviamo con frequenza è di natura squisitamente operativa: fatture emesse senza applicare correttamente lo split payment, per dimenticanza, per errore nei sistemi di fatturazione elettronica o per mancata configurazione del gestionale.
Una gestione non corretta può generare anomalie nella posizione IVA e rendere necessarie verifiche e correzioni successive, con complicazioni che possono trascinarsi nel tempo, tra rettifiche, comunicazioni con l’Agenzia delle Entrate e, nei casi previsti, possibili sanzioni.
È un errore facilmente evitabile con una corretta configurazione dei sistemi di fatturazione e un controllo periodico, ma che continua a presentarsi con regolarità, soprattutto nelle imprese che gestiscono la fatturazione internamente senza un presidio specialistico costante.
Secondo errore: non monitorare il credito IVA accumulato
Il secondo errore è più insidioso, perché non riguarda un singolo momento, ma un’abitudine gestionale.
Le imprese che fatturano in modo significativo alla Pubblica Amministrazione accumulano, fatturazione dopo fatturazione, un credito IVA che può crescere in modo silenzioso e, se non monitorato, diventare una cifra rilevante nel tempo.
Per le imprese che fatturano in prevalenza alla PA, questo credito può quindi trasformarsi in una cifra rilevante di liquidità bloccata.
Le conseguenze pratiche di questa situazione vanno oltre il dato contabile.
Liquidità immobilizzata significa meno margine per investimenti, minore flessibilità nella negoziazione con i fornitori e, in alcuni casi, opportunità di crescita che possono sfumare perché quelle risorse, pur rappresentando un credito dell’impresa, non sono immediatamente disponibili.
Cosa fare in concreto
Con la proroga dello split payment al 2029, questo non è un tema che si risolve da solo, né che diventerà meno rilevante nel tempo.
Per le imprese che lavorano abitualmente con la Pubblica Amministrazione, il consiglio pratico è duplice: verificare periodicamente la corretta applicazione del meccanismo in fase di fatturazione e monitorare con regolarità l’entità del credito IVA accumulato, valutando gli strumenti disponibili per il suo recupero o la sua compensazione.
Un’analisi della propria posizione IVA, fatta con l’assistenza di un professionista, permette spesso di individuare liquidità che l’impresa non sapeva di avere bloccata e di rimetterla in circolo.